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Francesco Cito

Gradito ospite di Citerna Fotografia 2013
Francesco Cito
Afghanistan, la guerra infinita.

Il mio primo viaggio in Afghanistan, è iniziato nel 1980, a seguito dell'invasione sovietica avvenuta nel dicembre 1979.
Sono entrato nel paese illegalmente attraversando un passo ai confini con il Pakistan, a nord di Peshawar nella North West Frontier, insieme ai guerriglieri “mujaheddin” che a quel tempo avevano lì le loro basi logistiche e politiche.
La città venne fondata nel 1901 durante l'impero britannico e divenne famosa grazie ad un film del 1959 Diretto da J. Lee Thompson,
nel cui cast spiccavano tra l'altro Lauren Bacall e Kenneth More.
Oggi quell’area è la base più importante dei gruppi talebani e del “jihadismo militante”.
Nei miei tre mesi di permanenza con i guerriglieri, ho percorso con loro ben 1200 Km, tutti a piedi. Volevo raccontare con le mie fotografie l'occupazione di un paese ancora arcaico da parte di quella che era considerata la seconda potenza mondiale.

Nel corso di questo faticoso cammino ho attraversato le valli e le montagne delle province del Cunar, di Nangarhar, di Paktika
senza però riuscire mai a raggiungere Kabul, presidiata dall’Armata Rossa. L'impronta della guerra era evidente ovunque: villaggi distrutti, colonne di profughi in fuga verso i campi allestiti lungo i confini, dolore e sofferenza.
E poi la morte.
Cadaveri di soldati sovietici lasciati a decomporre lungo i sentieri e le valli dove avevano imperversato le battaglie, sepolture islamiche improvvisate per dare riposo ai tanti guerriglieri uccisi in combattimento.

Immagini a colori, in cui per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, apparivano  soldati sovietici uccisi in battaglia.

Sono tornato in Afghanistan nel 1989, a più riprese. L'esercito sovietico era in ritirata e l'obiettivo dei guerriglieri era la presa di kabul. La città era però presidiata dalle forze governative filosovietiche del presidente Mohammad Najibullah, e la città fu in grado di resitere fino al 1993.

Dopo una lunga permanenza a Peshawar, base logistica di estrema importanza, decisi di spostarmi a
Quetta, nel Balucistan pakistano dove gruppi di guerriglieri avevano stabilito le loro basi. Mi unii a loro ed iniziai il mio viaggio clandestino verso l'’antica capitale Kandahar ancora controllata e difesa dalle forze governative filo sovietiche.

Solo le grandi città erano ancora presidiate dal regime in carica, mentre le aree rurali, di più difficile controllo, erano cadute
nelle mani dei vari gruppi della resistenza e dei tanti signori della guerra.
Gli uomini della resistenza afgana, i nuovi “mujaheddin”, erano molto differenti da quelli conosciuti durante il mio primo viaggio.
La cultura dei loro padri era ormai scomparsa. La sacralità dell'ospite, che una volta era guardato con rispetto anche con una guerra in corso, era ormai dissolta.
I giovani guerriglieri, cresciuti sui campi di battaglia, erano arroganti e irrispettosi, più inclini all'emulazione cinematografica dei rambo, che non interessati alla difesa delle loro tradizioni.

Nonostante questo, mi spostai con loro e li seguii su terreni e sentieri liberi dal controllo continuo degli elicotteri sovietici ma resi infidi dalle tante mine lasciate dai russi durante la ritirata.

Tra le memorie di quel mio primo viaggio la più grande è forse quella dell'ansia e paura che mi prendeva quando il silenzio assoluto che regnava tra i monti o le valli era rotto all'imrpovviso dal rumore delle pale degli elicotteri in avvicinamento. Il timore di essere intercettati, soprattutto se in zone scoperte, era una vera e propria psicosi.

Per questa ragione molto spesso i viaggi venivano fatti di notte, e di notte si attraversavano territori desertici, lande brulle, corsi d'acqua in mezzo al nulla. Una sorta di spazio senza tempo.
Le nuove leve della guerriglia mi hanno anche fatto vivere situazioni paradossali ed assurde.
Come quando, per la loro baldanza e negligenza nello sferrare un attacco contro postazioni nemiche ben fortificate, mi sono ritrovato rintanato per ore in rifugi di fortuna, sotto il fuoco incessante dell'artiglieria pesante, in attesa del buio per poter uscire e tornare allegramente tutti insieme al campo base, quasi fosse un gioco.

Ho visto poi anche i lati surreali di quella guerra.
Come quando venni accompagnato sul campo di battaglia da un guerrigliero che mi mostrò il luogo degli scontri di qualche giorno prima, il luogo dove il nemico era stato sconfitto dopo lunghi combattimenti. Ad un certo punto, quel guerrigliero che con una mano stringeva il suo Kalashnicov AK47, si china e raccoglie da terra una testa mozzata, quasi strappata dal corpo più che decapitata, e me la mostra come macabro trofeo della vittoria. Un gesto di scherno e sfregio ulteriore verso quel nemico appena sconfitto.

Ma ci sono anche altri tipi di ricordi, completamente diversi, dove la guerra si allontana per lasciare spazio ad un'altra dimensione.
Sono i ricordi legati ai luoghi e alla  bellezza a volte selvaggia, a volte dolce, delle valli e dei monti dell'Afghanistan.
I ricordi legati alle persone incontrate lungo le strade percorse durante i miei viaggi, i ricordi dell'acqua fresca bevuta direttamente da ruscelli incontaminati, del miele mangiato prima ancora della raffinazione, del pane caldo appena sfornato e offertoci dagli abitanti dei vari villaggi che se ne privavano pur di rispettare l'ospite.
I ricordi dei tanti lunghi digiuni.
Se potessi, rifarei questo viaggio mille volte.



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